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Il Brasile è da molti anni una delle principali mete per gli investimenti diretti esteri (IDE). Nonostante la crisi economica del biennio 2015-2016 il paese si è confermato anche in anni recenti come una delle più importanti destinazioni a livello mondiale. In base agli ultimi dati dell’UNCTAD disponibili, il ‘gigante latinoamericano’ sarebbe

stato il sesto paese al mondo per IDE nel 2016 (con 58,7 miliardi di dollari), in una classifica guidata dagli USA (391,1 miliardi), Regno Unito (372 miliardi, includendo anche le Isole Vergini) e Cina (242 miliardi includendo Hong Kong). Per dare un’idea dell’importanza regionale, gli afflussi al Brasile rappresentavano quasi il 60% del totale ai paesi dell’America del sud. Ben distante l’Argentina, che occupava la quarantesima a livello mondiale con poco meno di 6 miliardi (circa il 6% del totale dell’America del sud). Per gli investitori italiani il Brasile è un partner storico.

Basti pensare che la Pirelli si insediò nel paese più di ottanta anni fa e che la FIAT vi aprì uno stabilimento produttivo nel 1973. Dopo un calo a inizio anni duemila gli investimenti esteri italiani sono tornati a aumentare, trainati da  Fiat e  Pirelli e Telecom Italia a cui si sono aggiunti, dalla seconda metà del decennio scorso, altri importanti player tra cui: Almaviva, Atlantia, Ferrero, Campari, Danieli, Ghella, Impregilo, Luxottica, Maccaferri, Marcegaglia, Maire Tecnimont, Mossi & Ghisolfi, Natuzzi, Prysmian, Techint, le aziende del gruppo Finmeccanica e tante altre.

 L’interesse dei grandi gruppi italiani per il Brasile si è confermato anche negli ultimi due anni, con alcune importanti operazioni: a) nel 2017 Ternium ha acquisito per 1,4 miliardi di euro dalla ThyssenKrupp  il controllo dell’impresa siderurgica CSA; b) Enel ha vinto una gara per l’acquisto della società brasiliana Elettropaulo per 1,8 miliardi di euro, diventando la prima impresa del settore elettrico in Brasile; c) la FCA ha annunciato a giugno del 2018 un piano di investimenti nel paese per oltre 3 miliardi di euro fino al 2022.Secondo una ricerca della banca centrale nel 2015 c’erano in Brasile 1.262 imprese con capitale italiano di maggioranza, una cifra inferiore solo a quella degli Stati Uniti (3.432) e davanti a Spagna (1.114) e Germania (1.056). Gli afflussi di investimento diretto estero italiano al Brasile sono mediamente aumentati negli ultimi tre anni, nonostante il difficile momento attraversato dall’economica brasiliana. Essi sono passati da poco più di 800 milioni di dollari nel 2014 a 1,7 miliardi nel 2015 a quasi 3 nel 2016 (oltre il 5% del totale degli IDE al Brasile, concentrandosi prevalentemente nel settore automotive e nel commercio) per poi calare nel 2017 a 1,5 miliardi (soprattutto per i minori investimenti nel settore automotive in quell’anno). Nel 2017 l’Italia era il decimo paese investitore ‘immediato’ (il sesto tra i paesi europei), in una classifica guidata da Stati Uniti, Paesi Bassi e Lussemburgo. Secondo gli ultimi dati disponibili, lo stock di investimenti italiani in Brasile ammontava nel 2016 a quasi 14 miliardi di dollari, investiti prevalentemente nell’industria di trasformazione e nei servizi di telecomunicazione. L’Italia risultava all’undicesimo posto a livello mondiale tra gli investitori, in una classifica guidata dagli Stati Uniti (oltre 100 miliardi di dollari di stock in Brasile) e Spagna (61 miliardi circa). (ICE SAN PAOLO)

 

 

 

 

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