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Per rispondere a sfide di portata epocale come la gestione delle crisi migratorie, la sicurezza e il cambiamento climatico, serve un’Europa che cambi passo e ritrovi capacità di visione. In altri termini, serve un’Europa più politica, più vicina alle preoccupazioni e alle aspettative di 500 milioni di cittadini. Dobbiamo essere

fieri di quanto abbiamo realizzato negli ultimi 70 anni. All’indomani delle devastazioni, morali e materiali, del secondo conflitto mondiale, il progetto europeo è stata una storia di successo. Ci ha portato libertà, pace e prosperità durature, con democrazie basate sullo stato di diritto e frontiere aperte per la libera circolazione di persone, merci e capitali.

E’ stato realizzato il più grande mercato al mondo, accompagnato e sostenuto allo stesso tempo da politiche di coesione per non lasciare indietro nessuno. Il nostro modello resta l’economia sociale di mercato, dove il mercato è il mezzo per creare lavoro e opportunità per tutti.

Statisti come De Gasperi, Schuman, Adenaur, Spaak, Monnet, Kohl, Mitterand o Gonzales, hanno saputo costruire sulla fiducia, sull’ascolto e sull’amicizia reciproca. E’ anche grazie a loro se - dal 1957 al 2007 - i poveri sono scesi dal 41% al 14% della popolazione europea, e se la ricchezza delle famiglie è cresciuta di ben quattro volte, con una riduzione delle disuguaglianze che non ha eguali nella storia dell’umanità.

Gli ultimi 10 anni di crisi, tuttavia, hanno frenato questo processo virtuoso, nonché lo stesso slancio europeista. E’ venuto meno quello spirito di solidarietà tra Paesi, vero motore del processo d’integrazione. Al contempo, le nuove classi dirigenti non si sono mostrate sempre all’altezza delle sfide e delle responsabilità. Gli interessi elettorali sono stati anteposti, in maniera sistematica, ad una visione d’insieme europea.

A causa di questa scarsa lungimiranza, la crisi innescata dai mutui subprime USA, ha colpito le nostre banche e i debiti sovrani, con un impatto, per alcuni Paesi, equiparabile a quello di una guerra. L’Italia ha perso 1/4 della sua base manifatturiera e 1/3 degli investimenti, tornando al livello di Pil degli anni ‘90. In molti Stati membri i salari reali sono fermi ormai da 10 anni.

La recente ripresa è, senza dubbio, una buona notizia, ma si sta allargando la forbice tra i ricchi e poveri, e tra regioni arretrate e sviluppate. L’80% della nuova ricchezza va al 15% della popolazione più agiata. Questa crescita asimmetrica, non crea sufficienti opportunità di lavoro, specie per i giovani. Per la prima volta da decenni, le nuove generazioni hanno prospettive peggiori dei propri genitori. Oggi, 23 milioni di europei tra i 15 e i 34 anni non studiano e non lavorano. 118 milioni - il 24% della nostra popolazione - sono a rischio povertà o esclusione sociale.

L’economia globale ha seguito un trend analogo.  Rivoluzione tecnologica, libera circolazione dei capitali, mercati sempre più aperti, hanno senz’altro favorito crescita e competitività. Ma hanno anche creato una concorrenza al ribasso su condizioni di lavoro, fisco o standard ambientali.

Flussi migratori incontrollati e manodopera a basso costo hanno penalizzano i più deboli. Gli stessi che, nelle periferie, vivono a contatto con i nuovi immigrati che stentano ad integrarsi. Luoghi di degrado sociale, dove la frustrazione e il senso d’esclusione si mescola e si alimenta con quella dei nuovi arrivati. La paura porta a rinchiudersi, al rigetto del modello di società aperta promosso dall’Unione. Un modello percepito come elitario e distante, capace di portare benefici solo a pochi.

Muri, frontiere, nazionalismi, appaiono antidoti rassicuranti contro una globalizzazione che sembra essere sfuggita al controllo dei cittadini. Trump, la Brexit, l’emergere di sovranismi autoritari, il populismo dilagante, sono chiari sintomi di questo malessere. Una politica distratta, incapace di rispondere a queste angosce, istituzioni burocratiche e autoreferenziali, alimentano rabbia e venditori di illusioni. L’unica arma contro queste sirene, è una politica capace di ascoltare e fornire risposte davvero efficaci. … Continua a leggere l'editoriale nell’edizione cartacea/digitale di oggi 25 giugno 2018.

 

Antonio Tajani, Presidente Parlamento Europeo

 

(Tribuna Economica - © Riproduzione riservata)

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