Per noi occidentali, apprezzare e distinguere le forme che assume l’arte orientale, soprattutto quando applicata ad elementi delle religioni locali, non è cosa semplice. Restiamo a volte freddi, a volte sbigottiti, altre incuriositi, ad esempio dinanzi all’ enorme statua del Buddha di Dazu in Cina, o al tripudio di cupole della Shwedagon pagoda di Yangon in Birmania, o ancora, dinnanzi ai chilometri di bassorilievi dei templi di Angkor in Cambogia. Ma una bella palestra conoscitiva può senza dubbio essere rappresentata dalla visita al Tempio del Buddha di Giada di Shanghai. Qui, forse meglio che altrove, impariamo a distinguere, ad esempio, l’ enorme sostanziale differenza tre buddismo Hinayana (o del piccolo veicolo) e Mahayana (del grande veicolo); già, perché qui è custodita una splendida statua in giada oleosa di fiume donata dai monaci birmani a questo tempio le cui fattezze stridono decisamente con le enormi statue panciute e ridenti delle altre sale “cinesi”. Nei templi della Birmania, terra dell’ Hinayana, le immagini del Buddha sono asciutte, con espressioni dei volti assolutamente imperscrutabili, nessun sorriso, nessuna passione è dato leggervi; al contrario in Cina, terra di Mahayana, il Buddha è panciuto, ridente, quasi invogliante coloro che lo osservano a recarsi nel tempio. Il piccolo veicolo non prevede la possibilità di avvicinare alla religiosità, la quale è una conquista individuale che non prevede mediazioni che “avvicinino” al tempio; colui che aspira al Dio può giungervi solo a seguito di uno sforzo e di un percorso di elevazione individuale. Viceversa, nel Grande Veicolo, l’ insegnamento, la “popolarizzazione” dei versetti sacri, dei Sutra, che avvicinino un pubblico sempre più vasto ben si accompagna al Buddha ridente che apre le porte del tempio.